Alle origini dell’iconico rosso della Valpolicella. La storia dell’Amarone: scoperta casuale o un insieme di eventi?
Parte del fascino e dell’Amarone è dovuto alla sua origine leggendaria, una specie di serendipity enologica, che unisce mito e storia.
In realtà l’unica cosa certa riguardo la nascita dell’Amarone è che deriva dal più antico vino Recioto, riconosciuto all’unanimità come “padre dell’Amarone”. Entrambi i vini sono ottenuti da uve semi-appassite, con la differenza che nel Recioto la fermentazione viene interrotta lasciando un alto residuo zuccherino mentre nell’Amarone viene completata e tutti gli zuccheri sono svolti in alcol.
Tuttavia circa il come e il quando l’Amarone sia stato creato è tutt’oggi oggetto di dibattito ed esistono diverse narrazioni, che più che escludersi a vicenda vanno integrate fra loro.

Villa Mosconi Bertani in località Novare. Nel 1936 era la sede della Cantina sociale di Negrar.
LA LEGGENDA
Partiamo dalla versione più famosa (e romanzata). Leggenda vuole che l’origine dell’Amarone sia frutto di una casualità, un celebre errore enologico commesso nel 1936 da Adelino Lucchese, al tempo cantiniere della Cantina sociale di Negrar.
Per una svista infatti il cantiniere dimenticò di travasare un barile di Recioto che rimase per alcuni anni dimenticato in un angolo della cantina. Quando Adelino scoprì che quella botte era rimasta ancora piena, temette che il vino fosse andato male e di doverlo buttare nell’aceto. Chiamò quindi l’allora direttore della Cantina, Dott. Gaetano Dall’Ora e insieme assaggiarono il vino. Con gran sorpresa si trovarono di fronte ad un vino che, non solo non era guasto ma addirittura migliore, più robusto, elegante e certo non più dolce. Gli zuccheri del Recioto erano infatti fermentati completamente e si erano trasformati in alcol: il vino da dolce era diventato amaro. Il risultato era un vino completamente diverso che fece esclamare Adelino «Questo vino non è amaro, è un Amarone!».
CASUALITA’ O UN INSIEME DI EVENTI?
Tuttavia la storia dell’Amarone è ben più complessa ed è legata a due eventi distinti ma collegati: il cambiamento del gusto dei consumatori che spinse verso nuove sperimentazione enologiche.
Il gusto dei consumatori
Leggenda a parte, la versione secca del Recioto è esistita da sempre. Non era infatti inusuale che la fermentazione del Recioto “scappasse”, andasse cioè avanti e si ottenesse un Recioto scapà, un vino liquoroso, morbido, amarotico che però non essendo apprezzato finiva con l’essere venduto a poco prezzo oppure utilizzato in cucina. Alcune ricette locali come la pastissada de caval o il risotto all’Amarone potrebbero avere proprio questa origine. Fino alla fine dell’Ottocento infatti il gusto del consumatore era decisamente orientato verso i vini dolci e fortificati. Era una moda internazionale e lo stesso Champagne fino a quegli anni era quasi esclusivamente dolce.
Nuovi esperimenti enologici
Nel 1834 il produttore della Valpolicella De Rizzoni azzardò un esperimento: un passito invecchiato 11 anni (durante i quali probabilmente gran parte degli zuccheri divennero alcol). Il vino venne chiamato Rosso Austero di Costa Calda, dal nome del vigneto e venduto a esperti francesi che lo giudicarono migliore di molti Bordeaux o Hermitage. Fu un segnale di cambiamento delle mode e di una nuova voglia di sperimentare. Seppur in modeste quantità si iniziarono a produrre le prime bottiglie di Recioto Amaro, ottenuto talvolta aggiungendo foglie di pesco al mosto in fermentazione per “dare l’amaro al vino”.
Nel 1903, all’Esposizione enologica e gastronomica di Milano, il Premio Medaglia d’Oro venne assegnato al Recciotto Amaro di Negrar, prodotto da Antonio Quintarelli. Qualche anno dopo, nel 1936 dalla Cantina di Negrar parte una spedizione di vini destinata alla tavola del re Vittorio Emanuele III, che includeva anche delle bottiglie di Recioto Amaro. Nella lettera di accompagnamento, questa nuova tipologia, venne descritta come un «vino da arrosti», pensato per accontentare chi non gradiva più il sapore del vino dolce pasteggiando. Un vino secco ma di qualità ben superiore al vino da tavola che si beveva al tempo, poiché prodotto con le uve migliori come il Recioto e pensato per accompagnare le portate dei pranzi più importanti.

Fino al 1990 l'Amarone era considerato la tipologia secca del Recioto (vino passito dolce).
NASCE LA DOC AMARONE
Il termine Amarone che conosciamo oggi venne coniato negli anni Trenta ma per molto tempo resta affiancato a quello di Recioto, di cui continua ad essere considerato la versione secca.
La più antica bottiglia rinvenuta è oggi conservata nella sede della Cantina sociale di Negrar. È datata 1939 (vendemmia 1936) e porta in etichetta la dicitura Amarone extra e la raffigurazione di Villa Novare, sede al tempo della Cantina sociale. La commercializzazione arriva con il dopoguerra quando nel 1953 l’Amarone inizia ad essere venduto dalla cantina Bolla, seguita a ruota dalle altre.
Nel 1968 venne istituita la denominazione Valpolicella con la redazione del primo disciplinare che fissava i confini della zona di produzione, circa gli stessi di oggi. I vini Doc riconosciuti dal primo disciplinare furono inizialmente solo due: il Valpolicella (anche nella versione Superiore) e il Recioto della Valpolicella. Con la modifica del 1976 si aggiunse la tipologia Recioto della Valpolicella Amarone che diventerà nel 1990 Amarone della Valpolicella Doc.
Dal 2010 Amarone e Recioto della Valpolicella, dopo un iter iniziato nel 1995, vennero classificati vini Docg e regolati da disciplinari a sé stanti. Negli stessi anni esplode il “fenomeno Amarone” anche grazie a critici enologici come Robert Parker (Wine Advocate) e Luigi Veronelli che lo proiettano in una dimensione internazionale. In pochi anni l’Amarone raggiunge il prestigio di Barolo e Brunello, divenendo uno dei più importanti vini rossi italiani nel mondo e si apre la fase di boom produttivo tutt’ora in corso